Scrivi una tua riflessione o un tuo pensiero personale su ciò che sta accadendo

In questi giorni stiamo vivendo una condizione radicalmente nuova, che ci impone nuovi stili di vita e nuove responsabilità al fine di contenere e gestire al meglio l’emergenza coronavirus. Ognuno è chiamato a prendere delle decisioni per proteggere sé stesso e gli altri. Ma, leggendo il decreto del presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) dell’8 marzo 2020, articolo 1, comma 1, lettera i, e il decreto del 9 marzo, articolo 1, comma 1, non posso non pormi delle domande. Di fronte alla morte non basta liquidare l’argomento con la benedizione della salma e della tomba, sospendendo i funerali.


La perdita di una persona cara è un’esperienza drammatica, che necessita di spazi adeguati per vivere il lutto nella sua dimensione personale e sociale, oltre che religiosa. Il funerale permette, nella nostra cultura, di vivere il cordoglio e iniziare una corretta elaborazione.

Non celebrare funerali pubblici oggi è comprensibile, risponde ad un’esigenza straordinaria di salute pubblica, ma non celebrare i funerali affatto, neanche in forma privata alla presenza dei parenti stretti, rispettando le distanze di sicurezza, introduce a mio parere un elemento di disumanità e crudeltà intollerabile, lede i diritti umani.

Siamo chiamati a fare la nostra parte rispettando le leggi, ma la situazione non deve farci perdere di umanità. In che misura fare un funerale, con tutte le limitazioni, è potenzialmente maggiore fonte di contagio rispetto ad andare a fare la spesa, con tutte le limitazioni?

Ma perché dovrebbe essere più pericoloso avere un rito funebre per i familiari stretti di una persona che oggi viene a mancare, per il coronavirus o non, piuttosto che andare a lavorare, per coloro che dovranno continuare a lavorare ad esempio per la produzione di generi alimentari o macchinari medici? Chi dice che c’è meno rischio per chi consegna a domicilio che per chi va al funerale di un parente estinto?

Non c’è dubbio sul fatto che determinati lavori non si possono fermare per consentire la sopravvivenza della popolazione, ma come si stabilisce cosa è necessario per sopravvivere e cosa no?

Nelle situazioni di crisi gli spazi per coltivare l’umanità delle persone, per riconoscerne e accoglierne la fragilità sono i primi a perdersi. Il mio appello è: restiamo umani.

Chiedo al presidente Giuseppe Conte, e al governo, in questo difficile momento storico, di autorizzare le cerimonie funebri. Chiedo alla Conferenza Episcopale Italiana di prendere posizione in proposito.

Francesca Penna

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